Lavorai per qualche tempo in una lavanderia.
Tutt’oggi l’odore dei panni stirati o la confusione di quelli appena asciugati mi dà un senso di accoglienza, non di disordine.
A quel tempo trascorrevo gran parte delle mie giornate nel retrobottega, sommerso di camicie da stirare. Arrivava fioca, dal banco nell’ingresso, la voce della radio che la padrona non spegneva mai, attutita dal suono continuo e sommesso delle macchine lavatrici ed asciugatrici di nuova generazione, fra gli sbuffi della pressa stiratrice della quale mi occupavo.
Nelle giornate fredde di pioggia uggiosa avevo l’impressione di abitare una placenta calda, i rumori dell’esterno attutiti dal grembo del negozio, e tutt’intorno panni asciutti e caldi da stirare. Era in quei pomeriggi che lei veniva sul retro – nei lunghi momenti senza clienti – a parlarmi della sua vita, dei più e dei meno, di suo figlio che già si crede un grande artista contemporaneo giusto per il fatto di andare quasi ogni sera a scroccare stuzzichini nei rinfreschi delle mostre appena inaugurate della città in cui si trova. Non hanno un buon rapporto – dice, – ma un po’ meglio andava quando a casa c’era suo marito.
Non ho mai capito se l’uomo che sposò fosse morto o svanito dietro al nulla, né glielo chiesi mai. Ne parlava come si può parlare di un parente emigrato in Costa Rica dopo aver riscosso la prima pensione, o come si parla distrattamente di una campagna abbandonata.
In quei pomeriggi umidi entrava nella stanza che occupavo con un vassoio ed una teiera. Non mancavano biscotti al burro della Danimarca e due tazze di porcellana inglese finemente decorata; teneva il suo tè preferito dentro varie scatole di latta ognuna di colore differente: erano vecchi contenitori di tè Twinings che sua zia – prima proprietaria della lavanderia – collezionava, ed alle quali lei si era affezionata. Raccontava della zia come della sua effettiva madre, ma niente mi disse mai di cosa fosse dei suoi veri genitori, se vivi o se morti, o se fossero mai esistiti per davvero.
– In quelle scatole di metallo dei biscotti danesi – le dissi una volta – mia madre teneva l’occorrente per cucire.
– Mi piacerebbe conoscerla, un giorno, tua madre – mi rispose. – È silenziosa come te? È bella quanto te? E perché tu ora ti ritrovi qui?
Avevano la stessa età, lei e mia madre; suo figlio un po’ più giovane di me. Un giorno entrai nella lavanderia e finii per lavorarci, senza una ragione ben precisa. Io le chiesi informazioni per l’affitto di una stanza, lei mi domandò se volessi lavorare lì. Non so perché lo fece, né perché mi ritrovai ad accettare.
Riuscii così a trovare un certo tipo di stabilità, per un po’: successe che mi fermai in un luogo iniziando a lavorare senza cambiare impiego o sede dopo poche settimane. Conducevo una vita solitaria occupando una stanza sopra la lavanderia, uscendo di tanto in tanto, frequentando la biblioteca del quartiere. Stirare, incellofanare e compilare le dovute cedoline divenne una sorta di svago: usando presse e ferri da stiro mi sembrava di appianare tutte le questioni che nei miei 26 anni di vita avevano preso brutte pieghe, portandomi a non avere nessun tipo di rapporto stabile: coi luoghi, coi parenti, con le persone in generale.
Fu in uno di quei pomeriggi uggiosi dell’inverno cittadino che lei venne fra le vesti stropicciate col suo solito vassoio. Come sempre lo appoggiò su di un tavolinetto, ma non ruppe il silenzio delle centrifughe insonorizzate col suo solito Ti ho portato il tè; prese invece a spogliarsi lentamente, poco per volta: la maglia in cachemire verde scuro, la camicia chiara, la canottiera trasparente sotto la quale traspariva il florido seno che per niente indicava i suoi 44 anni, i pantaloni ben tessuti dopo aver sfilato le scarpe nere con un po’ di tacco, e gli slip aderenti semplici e graziosi, di cotone, grigi di quel grigio che di solito hanno le felpe, e le calze lunghe di non so che materiale. Mise tutto in una lavatrice, comprese le scarpe col tacco, compresa la cintura che non tolse dai pantaloni. Prese dalla borsa una foto che la ritraeva col marito, mise in lavatrice pure quella e premette il tasto Avvio, lavaggio intenso.
Mi si avvicinò senza parole mentre la campanella sulla porta avvisò dell’arrivo di qualcuno.
– Lascia stare – fece, senza darmi il tempo di dire quello che volevo dire, – chiederanno se c’è nessuno, poi se ne andranno.
Annuii, lasciando che mi cingesse i fianchi mentre si alzava sulle dita dei piedi per mordermi un orecchio. E fece per spogliarmi, mentre dalla radio dietro al banco arrivavano le note di
Pictures of you dei Cure.
Più andava avanti nel togliermi i vestiti tanta più gente sembrava entrare, dire Buonasera, chiedere a chi la precedesse se ci fosse qualcheduno. Così aumentavano i brusii, ed ogni tanto il campanello nell’ingresso tornava a tintinnare senza che nessuno si decidesse ad uscire.
Quando iniziò a baciarmi, partendo dalla pancia, c’erano già 6 o 7 persone nella piccola stanza adiacente, ed ogni po’ si scambiavano parole. Nel momento in cui giunse a baciarmi sulla bocca il campanello aveva trillato altre 3 volte, ma nessuno sembrava essersene andato. Allora prese a scendere baciando il collo, poi la schiena, ed ancora il petto, il fianco, la pancia; quando giunse dove voleva giungere sembrò che almeno 6 persone stessero litigando per chi dovesse entrare prima. Uomini e donne facevano il loro ingresso facendosi sentire, poi magicamente si chetavano, in attesa dell’imminente campanello successivo.
Quando lei si sdraiò su di un mucchio di coperte e camicie calde tolte appositamente dalle asciugatrici attirandomi a sé, le persone in piedi dietro al banco dovevano premersi l’un l’altra guardando la parete di fronte a sé, tanto che la porta rimase aperta, e fuori si formò un capannello di gente senza ombrello e silenziosa, ognuno con la sua veste da lavare.
E quando il tempo venne si sentì dall’altra stanza e dalla strada un gran sospiro, e le sue guance erano rosse, e non sapevo perché le avessi dato retta né perché, in un pomeriggio di pioggia di dicembre, il sole ormai calato, 141 persone esatte facessero la fila inzuppandosi di pioggia davanti ad una piccola lavanderia, nella periferia grigia di questa misera città.