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giovedì, 12 novembre 2009

Se è destino.

Non mi stupii quando, uscendo dall’ospedale, il buio e l’inverno già calati, mi trovai al cospetto di un cavallo. Non capii subito se fosse uno stallone o una giumenta, l'ombra lo nascondeva un po’.
– Ma pensa te – mi dissi, e mi sembrò di tornare al mio paese, dove 2 o 3 volte mi capitò di uscire dalla porta verso mezzanotte e di trovarmi di fronte ad un gregge di pecorelle che brucava i geranei già fioriti.
Certo, un cavallo proprio di fianco ad un ospedale dovrebbe preoccupare, invece non ci feci troppo caso. Sicuro che da solo là non ci sarebbe mai potuto arrivare – forse sarà l’opera di qualche primario con manie di eccentricità, pensai – me ne andai piuttosto rallegrato.
Senza che nessuno la scorgesse quella bestia – che poi risultò una femmina – entrò nelle cucine, mangiò tutto il semolino, leccò uno per uno i teglioni delle mele cotte per poi prendere a girovagare per i dipartimenti. Brucava fra le aiuole, masticava i roseti magrolini delle piazzole di sosta. Oltrepassò il pronto soccorso e la presidenza universitaria, poi si diresse verso il dipartimento di psichiatria.
Nessuno a quanto pare notò quell’animale entrare, forse ebbe accesso dalla parte posteriore attraversando i vecchi corridoi coi tappeti di moquette per andarsi a stendere al fianco di quell’uomo, delirante e poi sedato, che in mattinata urlava e blaterava di sua moglie tramutata in un cavallo.
Di fronte all’evidenza, riscontrata sin dalle prime luci del mattino, i medici dovettero dimetterlo anche se, questo c’è da dirlo, la razza da lui citata in mattinata e quella della bestia non erano le stesse. Questo gli procurò non poche grane quando dopo altri 5 anni di vita condivisa la moglie chiese la separazione.
L’avvocato della signora premette non poco col giudice di pace dimostrando grazie a quella distrazione o poca conoscenza delle razze lo scarso interesse e la disattenzione negligente del marito verso la consorte – Neanche sua moglie seppe riconoscere! – nonché puntando sul presunto inadempimento dei doveri coniugali. Fu così che lei pretese ed ottenne il completo affidamento dei 2 figli più la proprietà della dimora fino ad allora cointestata, ed anche dell’unica autovettura di loro proprietà. A lui rimase il calessino, ma non riuscì a trovare alcun cinese disposto a trascinarlo in giro facendosi imbrigliare per 3 moggi di fieno e 4 libbre di miscela.
Terminò la propria vita di nuovo chiuso in ospedale allorché, convolato a nuove nozze per una nuova vita, prese a scudisciate la più giovane consorte, adducendo come motivazione che la vecchia moglie le avesse sempre sopportate bene, rendendo poi anche di più.
Oggi mi chiedo se tutto ciò sarebbe successo avendo avvertito per tempo la portineria, assecondando la presunta pericolosità di quella assurda situazione (un cavallo in ospedale, quando si è mai visto!), anche se credo seriamente che a quel punto sarebbe toccato alla povera bestiola di essere condotta al cospetto del marito senza neanche aver brucato quel poco semolino avanzato giù nelle cucine. 
martedì, 10 novembre 2009

L'arte moderna.

Lavorai per qualche tempo in una lavanderia.
Tutt’oggi l’odore dei panni stirati o la confusione di quelli appena asciugati mi dà un senso di accoglienza, non di disordine.
A quel tempo trascorrevo gran parte delle mie giornate nel retrobottega, sommerso di camicie da stirare. Arrivava fioca, dal banco nell’ingresso, la voce della radio che la padrona non spegneva mai, attutita dal suono continuo e sommesso delle macchine lavatrici ed asciugatrici di nuova generazione, fra gli sbuffi della pressa stiratrice della quale mi occupavo.
Nelle giornate fredde di pioggia uggiosa avevo l’impressione di abitare una placenta calda, i rumori dell’esterno attutiti dal grembo del negozio, e tutt’intorno panni asciutti e caldi da stirare. Era in quei pomeriggi che lei veniva sul retro – nei lunghi momenti senza clienti – a parlarmi della sua vita, dei più e dei meno, di suo figlio che già si crede un grande artista contemporaneo giusto per il fatto di andare quasi ogni sera a scroccare stuzzichini nei rinfreschi delle mostre appena inaugurate della città in cui si trova. Non hanno un buon rapporto – dice, – ma un po’ meglio andava quando a casa c’era suo marito.
Non ho mai capito se l’uomo che sposò fosse morto o svanito dietro al nulla, né glielo chiesi mai. Ne parlava come si può parlare di un parente emigrato in Costa Rica dopo aver riscosso la prima pensione, o come si parla  distrattamente di una campagna abbandonata.
In quei pomeriggi umidi entrava nella stanza che occupavo con un vassoio ed una teiera. Non mancavano biscotti al burro della Danimarca e due tazze di porcellana inglese finemente decorata; teneva il suo tè preferito dentro varie scatole di latta ognuna di colore differente: erano vecchi contenitori di tè Twinings che sua zia – prima proprietaria della lavanderia – collezionava, ed alle quali lei si era affezionata. Raccontava della zia come della sua effettiva madre, ma niente mi disse mai di cosa fosse dei suoi veri genitori, se vivi o se morti, o se fossero mai esistiti per davvero.
– In quelle scatole di metallo dei biscotti danesi – le dissi una volta – mia madre teneva l’occorrente per cucire.
– Mi piacerebbe conoscerla, un giorno, tua madre – mi rispose. – È silenziosa come te? È bella quanto te? E perché tu ora ti ritrovi qui?
Avevano la stessa età, lei e mia madre; suo figlio un po’ più giovane di me. Un giorno entrai nella lavanderia e finii per lavorarci, senza una ragione ben precisa. Io le chiesi informazioni per l’affitto di una stanza, lei mi domandò se volessi lavorare lì. Non so perché lo fece, né perché mi ritrovai ad accettare.
Riuscii così a trovare un certo tipo di stabilità, per un po’: successe che mi fermai in un luogo iniziando a lavorare senza cambiare impiego o sede dopo poche settimane. Conducevo una vita solitaria occupando una stanza sopra la lavanderia, uscendo di tanto in tanto, frequentando la biblioteca del quartiere. Stirare, incellofanare e compilare le dovute cedoline divenne una sorta di svago: usando presse e ferri da stiro mi sembrava di appianare tutte le questioni che nei miei 26 anni di vita avevano preso brutte pieghe, portandomi a non avere nessun tipo di rapporto stabile: coi luoghi, coi parenti, con le persone in generale.
Fu in uno di quei pomeriggi uggiosi dell’inverno cittadino che lei venne fra le vesti stropicciate col suo solito vassoio. Come sempre lo appoggiò su di un tavolinetto,  ma non ruppe il silenzio delle centrifughe insonorizzate col suo solito Ti ho portato il tè; prese invece a spogliarsi lentamente, poco per volta: la maglia in cachemire verde scuro, la camicia chiara, la canottiera trasparente sotto la quale traspariva il florido seno che per niente indicava i suoi 44 anni, i pantaloni ben tessuti dopo aver sfilato le scarpe nere con un po’ di tacco, e gli slip aderenti semplici e graziosi, di cotone, grigi di quel grigio che di solito hanno le felpe, e le calze lunghe di non so che materiale. Mise tutto in una lavatrice, comprese le scarpe col tacco, compresa la cintura che non tolse dai pantaloni. Prese dalla borsa una foto che la ritraeva col marito, mise in lavatrice pure quella e premette il tasto Avvio, lavaggio intenso.
Mi si avvicinò senza parole mentre la campanella sulla porta avvisò dell’arrivo di qualcuno.
– Lascia stare – fece, senza darmi il tempo di dire quello che volevo dire, – chiederanno se c’è nessuno, poi se ne andranno.
Annuii, lasciando che mi cingesse i fianchi mentre si alzava sulle dita dei piedi per mordermi un orecchio. E fece per spogliarmi, mentre dalla radio dietro al banco arrivavano le note di Pictures of you dei Cure.
Più andava avanti nel togliermi i vestiti tanta più gente sembrava entrare, dire Buonasera, chiedere a chi la precedesse se ci fosse qualcheduno. Così aumentavano i brusii, ed ogni tanto il campanello nell’ingresso tornava a tintinnare senza che nessuno si decidesse ad uscire.
Quando iniziò a baciarmi, partendo dalla pancia, c’erano già 6 o 7 persone nella piccola stanza adiacente, ed ogni po’ si scambiavano parole. Nel momento in cui giunse a baciarmi sulla bocca il campanello aveva trillato altre 3 volte, ma nessuno sembrava essersene andato. Allora prese a scendere baciando il collo, poi la schiena, ed ancora il petto, il fianco, la pancia; quando giunse dove voleva giungere sembrò che almeno 6 persone stessero litigando per chi dovesse entrare prima. Uomini e donne facevano il loro ingresso facendosi sentire, poi magicamente si chetavano, in attesa dell’imminente campanello successivo.
Quando lei si sdraiò su di un mucchio di coperte e camicie calde tolte appositamente dalle asciugatrici attirandomi a sé, le persone in piedi dietro al banco dovevano premersi l’un l’altra guardando la parete di fronte a sé, tanto che la porta rimase aperta, e fuori si formò un capannello di gente senza ombrello e silenziosa, ognuno con la sua veste da lavare.
E quando il tempo venne si sentì dall’altra stanza e dalla strada  un gran sospiro, e le sue guance erano rosse, e non sapevo perché le avessi dato retta né perché, in un pomeriggio di pioggia di dicembre, il sole ormai calato, 141 persone esatte facessero la fila inzuppandosi di pioggia davanti ad una piccola lavanderia, nella periferia grigia di questa misera città. 
lunedì, 09 novembre 2009

Ma dove ero?

 
buttato giù senza pensarci granché da mantissa alle ore 11:34 | link | commenti (17)
categorie: musica, milano, video, massive attack, dove sono
giovedì, 05 novembre 2009

Ricostruzioni posteriori.

"Al centro del mondo vi è un luogo tra la terra, il mare e le regioni celesti, al confine di questi tre regni, da dove si scorge tutto ciò che avviene ovunque, anche da molto distante, e dove ogni voce arriva ad orecchie tese all’ascolto. Occupa quel luogo la Fama," ma tu non vorresti fosse luogo di tante voci e dicerie, di cose vere e false che si mischiano l’un l’altra. Se esiste tale luogo – dici, – vorrei che fossi tu ad abitarlo, tendendo le orecchie non per curiosità o per mala invidia ma per ascoltare quello che ogni giorno, da ogni parte, io ti dico pur senza parlare. E se da lì puoi vedere ovunque allora osserva, te ne prego, ciò che succede all’interno del mio tronco ogni volta che mi guardi.
Ma "vi è" anche "nel paese dei Cimmeri una spelonca isolata e sprofondata nella cavità di un monte, dimora segreta del pigro Sonno, dove mai il Sole può penetrare con i suoi raggi né quando sorge né a mezzogiorno né al tramonto; dal suolo emana  nebbia mista a foschia e vi domina una luce incerta, da crepuscolo.  Là il volatile dal capo crestato non vigila e non evoca l’Aurora col suo canto né i cani attenti rompono il silenzio con i loro latrati né le oche più attente dei cani; là né fiere né animali domestici emettono suoni, né stormiscono i rami mossi dal vento né trovi gridìo di voci umane: vi regna una muta calma." È là che più spesso io mi trovo, dove giacciono sogni vacui che imitano le forme della vita. Quando mi muovo verso terra è che qualcosa mi ha chiamato ed ho risposto: mi sposto verso il luogo da dove si può scorgere tutto ciò che avviene attento a che non mi si veda per poter arrivare, finalmente, nelle stanze in cui ti trovi. Avrò un regalo, o qualche cosa, e avrò visto ciò che muove l’interno del tuo corpo; ma arriverà di nuovo il giorno, e come spesso o sempre, dovrò tornare nella cavità in cui ogni giorno sto da solo.


Le parti fra virgolette sono tratte da Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, libro XII 39-43, libro XI 592-602.
mercoledì, 04 novembre 2009

L'uomo del sapere.

Dovere di un vero uomo di lettere è far intuire - ma non sapere - che a lui piace conoscere le cose, e quando viaggia in treno far vedere alle ragazze giuste che ha letture inconsuete e interessanti lasciandole sbirciare con molta discrezione. In tasca tiene sempre delle penne e nel cappotto un mandarino o delle noci, se vuoi potrebbe pure avere delle castagne già sbucciate. E se attacca un discorso in maniera naturale far scoprire, dopo un po', che fa un lavoro che su di lui non ci avresti mai creduto; deve farsi vedere curioso per quanto più riservato, non guardare mai che ore sono ed offrire caramelle che si credevano fuori produzione dal 1987. Un alone di mistero copre il suo modo di parlare, ed i suoi gesti gentili ma un po' bruschi distolgono il pensiero dall'immagine dell'intellettuale scicchettoso con un po' di puzza sotto al naso.
In queste cose lui si sente assai apprezzato; quando lo incontrate fate molta attenzione, potreste compiacerlo. Sarebbe l'inizio della fine.
buttato giù senza pensarci granché da mantissa alle ore 09:55 | link | commenti (9)
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venerdì, 30 ottobre 2009

Compieta.

"C'è una sola cosa che eccita gli animali più del piacere, ed è il dolore", si legge in un passo de Il nome della rosa, di Umberto Eco.
Che lo stare insieme non sia più spesso una menzogna chi potrebbe negarlo. Vivere nel piacere della compagnia amata e gradita fino al momento in cui - varie le ragioni - non si rimanga soli: qualcuno o qualcosa ci ha ingannati. Ne sorte il dolore a stimolare chi è rimasto, a soppesare tutto il tempo che è avanzato e che è trascorso fino al momento attuale e a ricreare - perché succede - mondi immaginari che chiunque, prima o poi, potrebbe condividere.
Se è vero che è l'amore che muove il sole e le altre stelle queste dovranno fare i conti pure con la sofferenza ed infatti esplodono, pure con la delusione ed infatti succede che lentamente si spengano. Probabilmente è nelle storie che rimane il sentore di tutte le grandi cose che si possono scoprire o sentire o ricreare, e non è poi un gran peccato credere a volte alle bugie, in modo da farle proprie e far rivivere, agli occhi di qualcuno, un barlume di quell'amore che più spesso ci separa, dopo che ci ha uniti.
martedì, 27 ottobre 2009

Hibari.

Da molto molto tempo sono sposati, vivono assieme, dormono nel solito letto, ma non si svegliano mai insieme.
Abitano una casa pulita ed ordinata in una cittadina di provincia. L'appartamento è al secondo piano in quella che fu una piccola palazzina di famiglia ieri divisa fra le sorelle, oggi in parte venduta. Tende bianche, soprammobili di bomboniere. Uno lavora la notte, l'altra di giorno, e non li accomuna nel tempo il figlio che non hanno avuto. Quando lui torna stanco da lavoro si addormenta sui sedili dell'autobus già pieni di studenti; mentre lei esce di casa a volte si incontrano per le scale, altre no.
Fanno una vita tranquilla, si bastano. Non hanno grossi desideri, la felicità l'hanno riposta per intero nell'atto di dare una vita serena a quel figlio che non hanno. Non trascorrono giornate tristi, ed il loro tempo non passa invano. Nella casa silenziosa si avvicendano, a volte, i nipoti. Dormono nella stanzetta spoglia degli ospiti prima di partire per i loro viaggi: la stazione dista giusto qualche passo; salutano gli zii sempre cordiali e bendisposti, li ringraziano con calore anche se capita raramente di trovarli insieme a casa, forse solo a cena.
Il loro letto è sempre pieno per metà, a parte qualche sovrapposizione che però, c'è da dire, con gli anni va aumentando. Stanno diventando anziani ed i decenni ormai trascorsi li stanno facendo collimare sempre più. Sono taciturni e riservati, ma io direi meglio silenziosi. Sanno ascoltare e giudicarsi senza parlare troppo. Mai fatta grossa mostra di sé, davvero, e se si amano certo non lo dicono alla gente, ma io credo di sì.
Nei giorni di festa si riposano ma non stanno mai a letto tanto tempo. Uno si alza e l'altra non lo sente, magari va a preparare qualche cosa da mangiare; l'altra si sveglia e l'uno non si muove, ma è facile che se ne sia accorto: la lascia fare mentre si porta in bagno a spolverare le decine di mignon di profumi che tiene sulla vasca.
Non trascorre giorno che non si fermino a guardarsi seduti sulle due poltrone chiare del salotto alla distanza precisa di due metri lineari, nella luce di stagione. Io li ho visti, qualche volta: credo non si separeranno mai. Più li guardo e più resto convinto, nelle poche volte che succede, che un giorno si sveglieranno insieme, anche se non avranno gli occhi aperti.


Hibari è una composizione di Ryuichi Sakamoto.
venerdì, 23 ottobre 2009

Piccolo campionario urbano.

Gente che piscia in mezzo alla strada dove quello dei cassonetti è già un buon odore, polvere ovunque, i monumenti più sporchi mai visti. Angoli nascosti e felici dove giocano i bambini e l'erba cresce e si sta bene, ed il sole non schiaffeggia. Alghe melmose coprono un fiume che è più una vena livida, zanzare si levano a nuvole dal dorso di una nutria che esce dall'acqua di un piccolo affluente unta come da un pozzo di petrolio, e sul fondo basso c'è un telefono, una ruota con cerchione, una ciabatta, bottiglie di birra, lo specchietto di un camion, un'anatra morta. Ci gioca un bambino tirando sassate osservato dagli scheletri delle bici legate ai lampioni, abbaia loro un cane di razza lucido e lustro - è un bracco francese che ha deposto i bisogni in mezzo alla strada, - ma le papere sopravvissute fanno le indifferenti e continuano a nuotare. Sulle vie distese di vetrine e di locali zeppe di giovani vogliosi o canimòlli figli di papà che ti chiedono du' spicci, quelli che ad ogni concerto te li trovi che urlano Volemo l'hard-coreee, fossero anche a vedere Il lago dei cigni. Poi la vista dall'alto di una città davvero bellissima che i suoi abitanti si dicono orgogliosi di abitare sebbene non facciano mai niente per renderla migliore, tutti presi a succhiare e succhiare denaro da secoli di storia ineguagliabile e mai più raggiungibile. 
Tramonta il sole anche oggi e l'acqua del fiume prende davvero il colore del sangue rappreso, è solo che brilla. Gli cammino ancora accanto e da una pozza un airone spicca il volo potente ed elegante. Mi fermo ammirato e di nuovo sorpreso, nel luogo dove l'Arno scorre sempre al contrario. 
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giovedì, 22 ottobre 2009

Latona, l'acqua, gli allocchi e i barbagianni.

Per tutta l'estate ha tenuto banco fra la gente dei comuni dell'Amiata la polemica sulla tassa di oltre 40€ aggiunta dalla società distributrice a chi, per volere o per impossibilità, non avesse concesso l'addebito della bolletta dell'acqua direttamente sul conto corrente bancario. 
La società rivendicava tale scelta come coerente nei confronti del piano di ammodernamento della struttura con relativi tagli alla burocrazia: lo scopo sarebbe stato quello di dare un'immagine più snella e credibile all'impresa, in modo da incrementare la produttività ed il valore societario. Gli utenti rifiutavano invece il balzello giudicandolo iniquo: nessuno può arrogarsi il diritto di tassare la libertà di un cittadino nella sua gestione del denaro; aprire o meno un conto corrente bancario è una prerogativa che si sceglie indipendentemente senza doverne essere obbligati, e che se vogliono quei 40€ se li venissero a prendere direttamente da dentro al materasso. 
Una delle verità è che l'Amiata è una terra rurale, spesso poco propensa al rinnovamento. Per quanto i giovani facciano i moderni o gli acculturati più o meno new-age rimangono - me compreso - figli di porcari e dicioccatori secolari; e nonostante questo sia sinonimo e motivo di fierezza, spesso lo è anche di sciatteria, perlomeno oggi. Le giunte comunali che hanno concesso lo sfruttamento privato - se così si può dire - delle falde acquifere all'Acquedotto del Fiora (una Società per Azioni) senza una benché minimamente adeguata valenza politica oggi si lamentano, spingendo sul populistico ritornello dell'ingiustizia. Bèh, non c'è che dire, facciamo ancora parte in tutto e per tutto del contado credulone. 
Questa appartenenza alla schiera degli ingenuotti è dimostrata dal susseguirsi di eventi di questo tipo, o dalle iniziative prese dalle giunte sui vari temi, a volte un po' ai limiti del patetico: un esempio è stato, nei mesi estivi, l'istituzione a Castel del piano di una sorta di servizio di vigilanza cittadina (cosa non si fa per un voto futuro) composto da ferventi sedicenni che seguivano vecchietti e turisti sentenziando che no qui non si può parcheggiare, che no qui ci vuole il disco orario, che no lo scontrino non si lascia cadere a terra, mentre nel frattempo alcune abitazioni venivano svaligiate, i serbatoi dei camion parcheggiati venivano sistematicamente svuotati nella notte, l'eroina tornava di gran moda nelle stagnole dei giovincelli locali. Tale creduloneria è forse dovuta al nostro isolamento demografico - montagnoli incastrati fra 2 delle province più vaste e meno densamente popolate d'Italia, - e forse anche nella nostra seppur onorabilissima discendenza rurale. 
L'Amiata fu un monte sacro per gli Etruschi che raramente osavano avvicinarvisi se non per atti magici o religiosi. Fu probabilmente sede di culti pagani che si sono indissolubilmente legati ai nomi di alcuni paesi (Montegiovi fu probabilmente sede di un culto di Giove, Montelaterone - se non monte dei ladroni - forse di Latona, Seggiano di Giano bifronte), culti che si sono affievoliti col tempo fino a scomparire ma che hanno lasciato molte tracce: a memoria ricordo il rito che avrebbe tenuto lontane le bestie nocive dei Settimini di Campiglia d'Orcia, il tirso (di origine fallica e richiamo a Bacco) donato dagli uomini alle fanciulle che rispondono con il corollo (un biscotto dolce dalla forma di ciambella con allusione ai genitali femminili) alla Festa della pina di Montelaterone, i vari riti del fuoco come la Focarazza di Santa Caterina o le Fiaccole di Abbadia San Salvatore, la vecchia Processione dei tronchi di Santa Fiora, la presenza delle 2 pievi romaniche (sempre collegate a riti contadini) di Lamula (Montelaterone) e di Corsignano (Pienza).
Questi luoghi e questi riti uniscono l'intera popolazione amiatina nel suo modo di essere e di porsi, temprata da secoli di totale povertà. La formano, spesso all'insaputa dei più, in ogni suo modo di mostrarsi e di apparire, e se questo da un lato è molto affascinante e suggestivo - tanto da farmi trascorrere intere mattinate estive a ricercare testi in biblioteca, - dall'altro mi fa credere che non siamo poi così lontani dall'innalzare di nuovo suppliche a Latona, memori di quando coi due pargoli Apollo e Diana fuggiva dalle ire di Giunone, ed arrivata in Licia tentò di placare la sua sete in uno stagno. Gli abitanti infuriati le negarono il ristoro così che lei, adirata ("Perché mi vietate l'acqua? l'uso delle acque è di tutti; e la natura non ha reso proprietà esclusiva il sole, l'aria, né l'acqua pura: io sono venuta a doni comuni e, tuttavia, ..." Ovidio; Metamorfosi, libro VI, 349-352), li tramutò in ranocchi. 
È per questo che non mi stupirei se un giorno alle porte del c.d.a. della Acquedotto del Fiora S.p.A. trovassimo gli abitanti di Paganico a caccia di granocchie per la sagra di settembre, né se al posto delle poltrone delle sale consiliari trovassimo tanti trespoli per allocchi e barbagianni. 
mercoledì, 21 ottobre 2009

Ipanema.

Ho dormito insieme a P.
Erano anni che non la vedevo, dalla sera in cui il mio amico me la presentò. Festeggiavamo il suo compleanno a suon di bevute: – Ma senti – dissi al mio amico, – lei mi guarda così e così, che segno è.
– Non ti preoccupare, lo fa con tutti – rispose, e da allora non la incontrai più. L’Italia non era ancora campione del mondo e mi pare facesse freddo, di anni ne saranno passati almeno 4, ma ci sta anche di più.
– Io e te ci siamo conosciuti una sera, ricordi?
– Sì. Ricordo persino come ero vestito, figurati.
– Andammo qua e poi andammo là, quella notte. Ma noi ci incontriamo sempre da ubriachi?
Mi viene da pensare che ci siamo incontrati solo 2 volte in forse 5 anni, ma in fondo ha ragione e le dico che già, e che forse per la mia timidezza è anche meglio così. Fa un sorriso splendente e risponde che vedremo, vedremo. Mi sussurra che il mio amico parla sempre in maniera molto rispettosa di me, che è molto legato. Non sarei quello che sono – le rispondo – se non avessi condiviso con lui così tanto tempo, e lo penso veramente, ed una volta glielo devo pure avere detto, anche se non ne sono sicuro.
Non so com’è la storia, ma siamo andati a casa parlando di tante tante cose, e abbiamo preparato il letto, ascoltato della musica, mangiato qualche cosa.
La sua pelle odora di salsedine (la si sente ancora dentro la macchina) eppure non viene dalla spiaggia. Canta una canzone di Jobim, e poi si spoglia.
Nella notte in cui è partita non le ho neanche chiesto il numero di telefono. Mi ha detto Sai dove trovarmi, ed ho sognato di scalare il Corcovado. Stava seduta sulla cima, ed aspettava.
lunedì, 19 ottobre 2009

Come.

buttato giù senza pensarci granché da mantissa alle ore 15:22 | link | commenti (3)
categorie: musica, foto, video, carlos paredes
giovedì, 15 ottobre 2009

Quasi Monica Bellucci.

La prima volta che mi sono messo la cravatta è stato per un matrimonio.
Un po’ fui costretto, un po’ lo feci con piacere ed un po’ di frivolezza: abito nero di velluto, scarpe scamosciate, camicia fumo, cravatta bianco sporco.
Gli sposi erano due quasi trentenni darchettoni, lei psicologa lui rappresentante della Culligan. Li conobbi ad un concerto di Giorgio Canali alla Flog di Firenze, e poi li ritrovai a Berlino trascorrendo con loro alcuni bei giorni, quando fecero da tramite per trovare una grossa stanza vicino Alexanderplatz a prezzo stracciato, dove risiedeva una loro amica giramondo ed altrettanto darchettona: pareti viola, ammennicoli dappertutto, lenzuola nere con fantasia a ragnatele bianche, discografia completa di Nick Cave, Dead can dance, Clan of Xymox, Bauhaus, Joy division
Va da sé che al matrimonio non conoscessi quasi nessuno. Fra tutti gli invitati spiccavano da subito il testimone con l’eyeliner pesante il pizzetto strano il tricorno da bucaniere nero contornato di pelame bianco in abbinamento col cappotto lungo fino alle caviglie con inserti del medesimo pelame ed un boa di piume azzurre, un tizio secco secco allampanato con capelli ed unghie molto lunghe che poi si scoprì mago – e mago veramente, – un vecchio bianco di capelli legati in una coda corta e completamente senza denti – sempre sorridente – in compagnia della sua moglie strega, una bellissima ragazza mora con svolazzi in tulle nero. Poi i soliti parenti ed amici vari eterogenei, più o meno eleganti, più o meno felici.
L’atmosfera carina e cordiale della cerimonia civile in un bastione delle mura di Grosseto e poi la vivacità della serata mi misero a mio agio anche se gran merito, c’è da dirlo, fu del vino e della grappa.
Il mago – allievo di un famoso prestigiatore locale che sedette quasi sempre in disparte – girava fra i tavoli facendo comparire fra fiammate alchemiche e formule sussurrate fiori che mai appassiscono, diamanti colorati, aggeggi vari che non saprei: tanti applausi e tante risate allegre. Bazzicava spesso intorno al tavolo della bellissima ragazza mora ricca di svolazzi in tulle nero; il vecchio senza denti mi disse sorridendo – aveva gengive davvero scintillanti – che non stava dicendo stupidaggini, lei era stata varie volte la controfigura di Monica Bellucci nelle scene di nudo di alcuni suoi film. In effetti a guardarla le somiglia molto, mi dico,  ecco chi mi ricordava!
Giunge dopo innumerevoli brindisi e fette di torta il momento del ballo: la canzone degli sposi è Black sun dei Dead can dance. Si muovono fra prese ed abbracci dal sapore medievale, si guardano innamorati e silenziosi senza ridere, si tengono, lo vedi subito che stanno bene. Si forma un circolo che li tiene chiusi in una bolla: sembra di essere in un altro tempo.
Ognuno ad una certa età scopre che i matrimoni, se ben affrontati, sono momenti carichi di significato, qualcuno direbbe di magia. Vi accadono di tanto in tanto le cose più semplici e sorprendenti, vuoi per l’atmosfera d’intimità che si può creare, vuoi per il valore che la ritualità dello stare insieme comporta; o forse anche per la predisposizione dell’essere umano ad immedesimarsi nelle situazioni – se lo voglia – immergendovisi come un corpo nel mare, un barile mezzo pieno che sta a galla in verticale. Sei preda della corrente, ma stai in piedi indipendente.
Mesi e mesi dopo venni a sapere che il mago dalle unghie e dai capelli fuori di misura e la quasi Monica Bellucci erano finiti a letto insieme. Confidando nella sua congenita retroversione grave dell’utero – diagnosticata in adolescenza e causa di una pressoché certa infertilità – disse piano al mago, sussurrando nelle orecchie, Puoi andare sul sicuro e fino in fondo, tanto non rischio di svegliarmi ripiena di bambini. Ma il mago era mago per davvero et voilà, circa 6 mesi dopo ecco Quasi Monica Bellucci col pancione in compagnia del mago darchettone a firmare davanti al sindaco di Grosseto o di dove fosse.
La cravatta non me la sono più rimessa.


Per chi se lo chiedesse sentendo parlare di darchettoni: no, né il vestito della sposa né la torta erano neri, ma di un canonico bianco scintillante.
lunedì, 12 ottobre 2009

Altalena.

Leggere Pamuk mi distrugge.
Molti troveranno i suoi libri noiosi, prolissi, forse ripetitivi e paranoici. Ed infatti lo sono.
Sono in effetti lenti, tortuosi; fanno soffrire il lettore non meno di quanto soffrano i protagonisti.
Sto leggendo questo suo ultimo, Il museo dell’innocenza, e mi sento triste. Come sempre i suoi libri hanno la capacità di mettermi di cattivo umore, di farmi sentire in colpa. Perché se anche non mi riconosco totalmente nei protagonisti, nei vari personaggi, nelle cose che succedono, Pamuk riesce a tirare fuori ed esasperare tutti quei minuscoli dettagli che giorno dopo giorno – e probabilmente per chiunque – stanno alla base di ogni minima incertezza, trasformando la gioia nel dolore, il dolore in felicità.
buttato giù senza pensarci granché da mantissa alle ore 19:10 | link | commenti (18)
categorie: libri, tristezza, gioia, succede, perché, sofferenza, felicità, lentezza, incertezza, insicurezza, wikipedia, orhan pamuk
giovedì, 08 ottobre 2009

Laphroaig.

Ci stiamo guardando da un po’, io e te, ognuno al suo posto, e parliamo parliamo parliamo. Diciamo che più o meno sì, ognuno ha i propri mostri e fantasmi, che chiunque può sentirli. Che il dolore è una cosa, la sofferenza un’altra ancora. Scherziamo, ridiamo, e so che questo ti succede anche con altre persone. Ne sono geloso.
Non fisicamente geloso, diciamo intimamente. Temo che altri trovino in tua compagnia questo stesso calore, questa stessa gelosia, la medesima brama di aprire la bottiglia e farlo da soli, sempre da soli. Poi un bicchiere, del ghiaccio se vada, dell’acqua assai fresca.
E tu sta’ zitta, ora, non son cose da donne.

Tutti i giorni.

Tutti i giorni dopo aver mangiato qualcosa di veloce e se il tempo me lo permette faccio un giro, vado a leggere un libro su di una panchina, mai la stessa. La ragione principale è che mi voglio allontanare il più possibile dalle persone che mio malgrado vedo sempre; ma adesso non importa. Passeggio un po’, mi alleggerisco il petto, poi mi siedo.
Sono arrivati chissà da dove due vecchietti, uomo e donna, mi hanno chiesto se potevano sedersi. Certo; e ho fatto un po’ di spazio.
Sono padre e figlia oramai entrambi anziani. Stendono sulla panchina i loro giornalini con le offerte dell’Esselunga per non sporcare vestiti che nessuno guarda più da anni, lisciando le pieghe fra le quali sbucano tonni Riomàre e piselli inscatolati marca Fidèl come fossero cuscini. Si siedono, e non pronunciano una parola che sia una. Stanno ben eretti, ma non guardano intorno, sembrano solo realistiche statue di sale a memoria del tempo che trascorre scandito dai deboli sospiri, radi, ora di uno ora dell’altra.
A pochi metri c’è un autistico oramai adulto preso dallo scorticare uno dei tanti platani; sembra divertirsi. Muove solo la mano sinistra mentre il resto del corpo è intento a dondolare come in una cantilena. Non lo distolgono i richiami del suo operatore né la gente che gli passa intorno. Un pallone gli arriva sulla schiena e lui non fa una piega. Osserva le sue dita lavorare veloci senza sapere cosa facciano, mentre i pezzi di corteccia si posano ai suoi piedi uno alla volta. Sembra inserito all’interno di un altro mondo dove nulla vale o conta se non l’adesso e nulla più, il passato scioglie i lacci col presente e il futuro non esiste. Si risveglia solo quando il ragazzo che lo accompagna lo tocca con la mano su di un fianco, gli dice Ora andiamo.
La donna che siede accanto a me ha preso a sbraitare noncurante al cellulare. La guardo sbigottito, non riesco a comprendere una sola parola di quel che sta dicendo. Mi punge una zanzara, poi mi sveglio.
martedì, 06 ottobre 2009

Dare un nome alle cose.

Probabilmente ha ragione chi dice che dare un nome alle cose significhi iniziare a farle esistere. Circoscriverle, inserirle, riconoscerle entro quel luogo verso cui tutti guardiamo, che lo si desideri oppure no. E forse per la prima volta ho dato un nome a qualcosa con vera cognizione di causa.
Avevo 6 anni quando decisi il nome da dare a mio fratello. Lo scelsi dal personaggio di un noto film di quegli anni che a me piaceva tanto. Ero anche fiero del fatto che fosse un nome non tanto utilizzato; e mi pareva buffo che mio nonno – l’unico che mio fratello ha conosciuto – non riuscisse a pronunciarlo bene, col suo accento marchigiano. Dei due nipoti avuti da mia madre non riusciva a dire a modo – per suo esplicito volere o a causa della calata – nessuno dei due. Convinto che chiamarmi col mio vero nome significasse darmi del pazzo rideva sotto quelle labbra fine e poi diceva, Pasqualì.
C’è una piccola bambina bionda scura e dallo sguardo molto serio alla quale ho fatto da padrino. È inutile mentire, ne vado un sacco orgoglioso. Per oltre un mese ho rimuginato nel vuoto per cercare un nome che non fosse solo un suono, perché sento tutto questo come un timbro che rimanda a chi mi ha detto che sono il perno di una storia e a 25 anni di amicizia da fratelli e di eventi, per ognuno, piombati nel deserto delle proprie vite da un momento all’altro, come sempre accade a chi ha del campare l’immagine di una sequenza di momenti difficili da legare e decifrare. Credo che sia come pensare durante un viaggio in treno al proprio unico vagone e non alle rotaie sulle quali si cammina. È come scrivere una lista della spesa per poi lasciarla a casa.
Ho sempre pensato fosse di una gran difficoltà e non sempre utile dare un senso ad ogni cosa che succede ed impararne lezioni permanenti. Di ogni giornata non ne ho mai visto il disegno intero, ma soltanto i puntini numerati neri su sfondo bianco a volte messi da qualcuno che non sono io. O forse spesso.
Ho detto è questo che mi manca, soprattutto, o quello che dovrebbe avere ognuno per completare i propri passi una volta riconosciuti i propri piedi, a prescindere dal senso delle cose. La costanza, la fermezza, la tenacia.
Adesso non importa il tempo o quanto ci vorrà per acquisire tutto ciò, se è vero che le cose che si fanno si fanno con amore.


Ad Ale, ad Ele.
venerdì, 02 ottobre 2009

0110.

Una persona come me può chiedere qualcosa a qualcuno? 
Chissà se volgendo gli occhi al cielo posso vedervi un barlume di benevolenza? No, non vedo niente. Soltanto le nuvole estive che si spostano lentamente, senza un pensiero al mondo, al di sopra del Pacifico. Non mi comunicano nulla. Sono sempre silenziose, le nuvole. Ma io non dovrei alzare lo sguardo verso il cielo. È verso me, all'interno di me, che devo rivolgerlo. Provo a farlo. Mi sembra di guardare in un pozzo profondissimo. Riuscirò a scorgervi della benevolenza? No, non mi pare. Quella che vedo è la mia natura di sempre. La mia solita natura individualista, cocciuta, poco cooperativa. a volte arbitraria e capricciosa, eppure capace di dubitare di sé, e sempre pronta a trovare un elemento comico – o qualcosa di simile – anche nella propria sofferenza. Con lei, come fosse una vecchia borsa tenuta a tracolla, ho percorso molta strada. Non me la porto appresso perché mi piaccia. È troppo pesante per me, e nemmeno bella. Qua e là è strappata. Mi sono rassegnato a tenermela perché non ne ho un'altra di ricambio. È quella che è, ma le sono affezionato. Ovviamente.

Ed è così che oggi, 1° ottobre, mi sto allenando al triathlon in una città della provincia di Niigata. In altre parole, continuo a portarmi in spalla la mia vecchia borsa. Probabilmente diretto verso qualcosa di poco incisivo. Diretto verso una maturità taciturna e barocca – o per esprimermi in maniera più umile, verso il vicolo cieco dove si arresterà la mia evoluzione.


da L'arte di correre, Murakami Haruki.
giovedì, 01 ottobre 2009

Il luogo dell'incerto.

Presentarsi a pezzi e non sempre diversi, e poi tornare nelle proprie stanze un po' più scuri e mai interi.
Camminare in luoghi dell'incerto perché non tutto è possibile, ma impossibile. Non sembra vero quel che accade, non sembrano reali le parole in cui le persone dicono di credere. Arriva di tanto in tanto un'occasione che ti possa far tornare con i piedi sul terreno ma che succede, hai esitato, ed anche questa se n'è andata. Ma sei più che abituato a questa cosa, scrolli le spalle e poi continui.
La questione è che non a tutti capita la fortuna di qualcuno che ti peschi dalla scodella nella quale stai affogando lentamente e senza ragione, relitto spiaggiato di incostanze e reticenze reiterate.
mercoledì, 30 settembre 2009

Mosto d'uva ed inculate.

È ovvio che col senno di poi nessuna persona sensata nel mondo di oggi si metterebbe in una situazione simile.
M. mi raccontava di un suo collega. Esce di casa una mattina - poche settimane fa - per andare a lavorare. A quanto mi è sembrato di capire sarebbe dovuto rimanere fuori 2 o 3 giorni, ma successe che si dimenticò alcuni documenti in qualche cassetto. Sarà trascorsa circa mezzora che quindi torna a casa, entra, si dirige diretto nella camera dove fino a un'ora prima stava dormendo e ci trova sua moglie che sta avendo un rapporto anale con un tunisino. M. insiste più volte su questa cosa del rapporto anale, ma lui dice che glielo stava 'mmétte nnéccùlo fòrte.
La moglie in questione è - a quanto pare - una signora ancora ben piacente che ha appena superato i 40 anni. Lei ed il marito hanno 2 figli, uno di 16 l'altro di non so quanti anni in meno. Forse mi posso arrogare il diritto di prevedere per loro giorni non tanto felici.
In quella situazione il marito avrebbe potuto prendere il pennato ed aprirli entrambi - pochi lo avrebbero biasimato, - invece ha fatto marcia indietro ed è sparito - letteralmente - per circa 10 giorni. Nessuno sapeva dove fosse, nessuno ne conosceva le ragioni; ma poi è tornato.
M. continua a parlare nella sua maniera - che poi è anche la mia - di inculate e mogli troie, tanto non lo ascolto, però mi chiedo cosa abbia spinto una bella donna con figli adolescenti ed una buona posizione a trascinare nel letto che condivide col marito da decenni e nella casa dei suoi figli un magrebino che  - a quanto dice M. - vive di espedienti.
Per carità, questo non faccia di me un razzista, io mi limito ad osservare, il resto non mi interessa. L'accaduto è soltanto, per i più, "socialmente strano". Se poi in mezzo a tutto ciò ci infiliamo l'esistenza paesana di due figli di età compresa fra i 12 ed i 16 anni questo appare ancora più assurdo.
Eppure c'è qualcosa che richiama la carne e fa perdere le tracce di ogni altra cosa, mi dico. Sì, un richiamo delle vene, una pulsione, una cosa incontrollata che fa attrarre il sangue col sangue, quello della terra natìa con lo straniero. Una forza animalesca e non solo irrazionale, ma fuori da ogni grazia comune e quotidiana.
Magari è che ognuno ha un cuore oscuro e pulsante differente da quello del vicino, ed è anche per questo che spesso mi trovo a pensare al fatto che sia inutile cercare di capire a forza le persone; ci sono sempre sfasamenti che col tempo rischiano di diventare forse incolmabili. Il sangue di ognuno è un mosto che ancora non fermenta, ma può sempre capitare l'impensabile che lo faccia ribollire all'improvviso, senza controllo. Da un momento all'altro tutta la vita che c'era adesso non c'è più.
sabato, 26 settembre 2009

Köfte.

Ragazzini e donne escono di casa ridendo all'ora del tramonto - l'Iftar, - quando un colpo di cannone dice che anche per oggi è finito il digiuno del Ramadan. C'è aria di festa: i fornai tirano fuori dalle bocche pane caldo al sesamo, dolci di sfoglia miele e noci, gelatine, altri cibi che sembrano pizzette aromatizzate. Tornano man mano gli uomini salendo dal Corno d'oro. Li osservano impassibili i disoccupati dai vetri delle sale da tè, il giorno trascorso a fumare e bere dai piccoli bicchieri, giocare a carte, a backgammon, a camminare. 
Le piccole osterie più sudate e malfamate attizzano i caminetti dove cuociono spiedini, girarrosti sulle braci, tegami coi legumi. Il bambino che ci serve avrà circa 12 anni, è gentile, parla solo turco; lo vediamo che si vergogna un po' nella sua comprensibile timidezza; di stranieri, poi, non ne deve vedere molti da queste parti, durante i giorni. Ci offre pane con semi di zucca e di pistacchio mentre attendiamo i nostri cibi, porta l'acqua, lo yogurt liquido e salato, dice al padre di cuocere le polpette, tirare la minestra su dal dentro della stufa.
Fuori è tutto un movimento mentre il cielo abbuia, le luci chiare illuminano la strada stretta e dissestata, gli insetti chiari ai vetri. Ora la gente parla, si scambia pacche col sorriso sotto ai baffi unti. I cani randagi a frotte, a branchi, sostano insolenti di fronte alle vecchie case greche ancora in legno: diroccate, scalcagnate, carbonizzate, abitate. Non degnano di uno sguardo né gatti - qua sempre benvenuti - né persone, perché sanno che toccando un uomo dovranno pulir le loro zampe sette e sette volte con la terra - punti di vista.
Mangio contento le mie polpette, il gatto del padrone mi sale sulle gambe.
mercoledì, 23 settembre 2009

Tettonica delle placche.

È una cosa un po' strana discorrerci insieme. È un po' come quando vedi qualcheduno che fa qualcosa di insolito, tipo ricordi quel tizio che girava per il parco portando al guinzaglio un ciocco di leccio, o quell'altro sdraiato sull'altare maggiore della chiesa più grande.
Parte, parla, ma non dà riferimenti. Se siete insieme sembra quasi che vi troviate dopo tanto tempo, o che vi incontraste chissà per quale caso nel parcheggio deserto di Mirabilandia. Come ci siete arrivati, perché vi troviate proprio lì nel mezzo dell'inverno, dov'era che andavate a quanto pare non importa o così sembra.
Non fa domande, non dà risposte. Piuttosto ti guarda fra il curioso e lo spaesato: nel giro di un minuto avete parlato di finocchi gratinati, toccato la tettonica delle placche, preso in giro Umberto Eco.
Deve avere la forma di una nazione o l'inerzia di un continente che si sposta, che non sai come sia fatto finché non te lo dicono e s'incontra con gli altri continenti perché non ne può fare a meno. Pare assurdo ma quando ti parla non inizia un discorso, ma lo continua.
lunedì, 21 settembre 2009

I movimenti ingenui.

- Io fingo, - mi dice, - ti faccio credere che mi piaccia, ed invece è solo questo che mi piace, fartici cascare.
Sorride appena, ma non sembra compiaciuta.
- Sono esperta, - fa, - so fare tutto e molto bene quello che piace a un uomo, ma diciamo che è proprio come se recitassi e l'unico piacere fosse vedere i risultati qui, dal vivo.
Ha l'aria soddisfatta, e solo man mano che racconta sembra rallegrarsi, e sentirsi un po' più forte. Arriva ad essere spavalda, quasi volesse coinvolgere nei suoi giochini anche chi le sta davanti.
È bella, devo dire, ed anche attraente. Ha un che di sessuale negli atteggiamenti che credo attragga molti uomini, e che ne spaventi altrettanti. Mi viene da pensare che pochi in fondo le resisterebbero, perché conduce tutto di persona, ma ti lascia l'impressione che sia tu a pilotare, a conquistare lei e il suo terreno.
La guardo oramai senza ascoltare da un bel po' e mi sembra di vedere il tempo in cui anche lei fu una ragazzina nuda con un uomo per la prima volta, non padrona di se stessa e libera, inconsapevole di tutti i movimenti ingenui o più maldestri che spesso fanno sul serio la felicità di un uomo, anche se questo non è tutto.
giovedì, 17 settembre 2009

Cent'anni di solitudine.

È stato come se mi aggirassi per Macondo e fossi uno dei tanti fantasmi che lo popolano. Una sensazione nuova, come quando usi il Chilly al mentolo per la prima volta, hai presente? Far parte della storia dei personaggi ma vederla solo dal di fuori perché nel frangente della vita hai già dato e ci sei rimasto intrappolato, solo a volte c'è qualcuno che ti nota. Come guardare la radura dal bosco, o la famiglia che fa cena attraverso una finestra.
Sono trascorsi dodici giorni dall'ultima pagina ed ancora non capisco. Ho letto altri tre libri ma è come se non l'avessi fatto. Uno era Il processo di Kafka; è passato come il vento.
Guardo la strada quasi che arrivasse la rivoluzione, ma passano solo un cane e un'ambulanza.
Trentadue guerre, tutte perse: mi volto e penso che potrei arrivarci. Riparto fiducioso senza chiedermi, per ora, se quello che ho incrociato fossi davvero io oppure un altro.
mercoledì, 16 settembre 2009

Dial: Revenge.

Si svolgono chissà quante vite appese ai fili del telefono. Possono passare i giorni, i mesi, gli anni senza un minimo di accenno, la linea sempre libera, la calma un po' più piatta.
Si usano parole ad ore ad ore per dire niente di speciale ed i silenzi per evitare parole necessarie. Ma il tempo scorre, giunge a compimento per ognuno, porta di nuovo a riva i rottami delle carcasse abbandonate e mai smaltite, affidate all'incuria di stagioni.
Porta pazienza, - dice, - non temere. Un giorno avrai la tua vendetta.






Il giochino deriva dal fatto che in Gaelico la parola inglese "Dial" - che compare in ogni telefono - significa "Vendetta". Questo spiega, credo.


Dial: Revenge.
lunedì, 14 settembre 2009

Dopo la festa.

Ognuno ha il proprio mondo ideale, un luogo fisico, esistente, dove possa vedere riflessa la propria immagine e riconoscerla. È il luogo dove in un momento – e più facilmente – possa trovare realizzato tutto ciò che di meno espressibile potesse trovare dentro di sé.
Ha ragione una certa persona a dirmi che quando descrivo qualcosa poi tutto, dopo, sembra meno vivo, un po' più vuoto. Non mi è mai riuscito di trovare il reale valore delle cose nella loro presenza, ma molto più in ogni assenza (anche per ciò amo Montale), pieno di quella diffidenza malcelata che è figlia, probabilmente, di una qualche sorta di paura.
Se mi guardo intorno posso trovarmi e riconoscermi meglio nel parcheggio di un supermercato che di fronte a un bel tramonto, i colori bla bla bla, più facilmente fra quattro scaffali polverosi che lungo un mare trasparente, meglio su di una panchina nel freddo dell'inverno che dentro ad un teatro, o ad una festa, o cosa sia. Mi tornano in mente tutte le volte nelle quali al mio passaggio si sono spenti i lampioni, ma delle decine di stelle cadenti viste ogni estate non rimane mai una traccia.
Scrivere di qualcosa significa molto più spesso uccidere che far tornare in vita, perché le parole svuotano. Di quanti hanno parlato nei secoli di luna, stelle, mari, albe e tramonti non resta che la noia di vederli ancora ridipinti. Vuoti e senza forza, come quando per gioco ripeti un nome cento volte e non resta che un guscio di lumaca vuoto, perché anche i significati, lentamente, se ne vanno.
E scrivere significa doppiamente uccidere perché le cose raccontate – vere o inventate – se sanno arrivare dentro al corpo, dove il buio è più sincero, spostano qualcosa, spezzano un equilibrio, così che quel che è stato smosso non potrà più essere come era stato prima.
È come quando scopri il sesso, e con cognizione sai che tutto al mondo ruota intorno all'attrazione, persino Dio l'amore o l'economia, ed ogni volta che raggiungi l'obiettivo, il piacere, la soddisfazione, sei di nuovo un po' più morto.